Should I stay or Should I go? - Una riflessione sulla mobilità dei giovani

25, Giugno 2018

Tratto da Dodo #4

Tratto dall'articolo - “Should I stay or should I go?”

di Valentina Cuzzocrea, ricercatrice in sociologia presso l’Università di Cagliari



Che coinvolgere i ragazzi e le ragazze delle scuole nella discussione dei pro e contro di eventuali episodi di mobilità prima che questi accadano, sia una cosa seria, devono averlo pensato, e pensato bene, gli amici del Comitato delle Associazioni Sarde per la Mobilità Internazionale, che il 14 novembre hanno organizzato presso la Manifattura Tabacchi di Cagliari una giornata di incontro con tre classi di tre scuole secondarie superiori della città.

L’argomento catalizza, evidentemente, grande attenzione nel dibattito pubblico sotto almeno due punti di vista: il primo, che la mobilità può trasformarsi in migrazione più o meno stabile, con ricadute importanti sul territorio di provenienza, nonché su quelli di arrivo. Il secondo, che per mobilità si intendono spesso occasioni che permettono ai giovani (in questo caso, studenti), di effettuare un primo reality check delle proprie competenze, abilità, e propensioni, senza che questo significhi necessariamente tagliare il cordone ombelicale ma con l’idea di colmare quello iato tra teoria e prassi che la formazione scolastica non è ancora in grado di ridurre ai minimi termini. Lo studio delle motivazioni alla mobilità è, per questi due motivi congiuntamente considerati, importante (Cairns e Smyth 2009).

Ad un livello maggiore di astrazione, la questione può essere vista in ultima analisi in termini di cittadinanza. È, in altre parole, traducibile in interrogativi sulla linea: chi sono io? Dove voglio portare il mio contributo? In quale luogo mi riconosco? In quale luogo sono riconosciuto? Dove vedo spazi di espressione di realizzazione? Dove posso lasciare la mia impronta? Interrogativi, questi, che i sociologi amano definire all’interno del dibattito agente-struttura (Cuzzocrea e Mandich, 2016). È stato quindi piacevole osservare con occhio di sociologa lo svolgersi dell’evento, che pur in presenza di stakeholder locali e insegnanti si è svolto nello stile tipicamente non formale degli youth events: accompagnato da musica e da inviti e incoraggiamenti cordiali alla discussione e al confronto. In particolare, due aspetti dell’evento hanno attratto la mia attenzione.

Il primo è il coinvolgimento con cui i partecipanti hanno letto e commentato i cartelli che ricoprivano i muri dell’edificio, allestiti ad hoc per l’evento. I cartelli riportavano citazioni più o meno celebri che diversi protagonisti del mondo della politica, dello spettacolo, della cultura, dell’imprenditoria e più in generale della società civile hanno pronunciato nel corso degli anni scorsi riguardo il ruolo dei giovani e le loro prospettive. Queste frasi riportavano sia atteggiamenti di critica rispetto ad una presupposta apatia e scollamento con il mondo “reale”, sia atteggiamenti di apertura e di apprezzamento rispetto al ruolo (almeno potenzialmente) trasformativo dei giovani nella società. Ai ragazzi e alle ragazze coinvolti nell’evento è stato suggerito di guardarsi intorno, ma le citazioni non erano oggetto specifico di nessuna attività, e sarebbero potute rimanere ignorate. Nonostante questo, l’interesse era palpabile, e alcune delle citazioni hanno chiaramente assunto un ruolo di inizio di discussione interessante. Alcuni fotografavano le citazioni per portarle con sé. Per quanto non sia possibile riportare qui il contenuto delle discussioni informali avvenute, vorrei trarne almeno una conclusione: e cioè che aldilà di ogni apparente attrito che i giovani possano avvertire nei confronti di quanto “la società” dica di loro, non sono sicuramente indifferenti a questi giudizi. Questo potrebbe sembrare un punto di poco conto ma non lo è, in un momento storico in cui vi è massima allerta nei confronti del rischio di scollamento sociale.
Il secondo aspetto che ha attratto la mia attenzione e su cui vorrei spendere due parole è il modo in cui si è svolto uno dei diversi workshop della giornata. Il workshop, cartellone alla mano, consisteva nella richiesta di collocare tra i fattori push o i fattori pull, e a diversa intensità, una serie di informazioni che possono essere chiamate in causa nella scelta di intraprendere un percorso di mobilità. Tra questi venivano annoverati sia aspetti di tipo strutturale (per esempio, la scarsa dinamicità del mercato del lavoro locale), sia aspetti di tipo soggettivo (per esempio, esigenze di autorealizzazione). La distinzione tra fattori push e pull invece si riferisce ad una categorizzazione tradizionale degli studi sulle migrazioni, in cui a fattori push corrispondono le motivazioni che suggerirebbero di partire in quanto il contesto in cui si è attualmente inseriti viene visto come un contesto difficile in cui realizzarsi.

Per fattori pull si intende invece la spinta a partire che è motivata soprattutto da aspetti attrattivi che si vedono in un contesto altro, ma non si vedono nel proprio contesto attuale. Mentre i due ordini di fattori raramente si escludono a vicenda, anzi, spesso si sommano e si rafforzano, soprattutto all’inizio dei percorsi professionali, vederli differenziati in modo quasi brutale spinge a riflettere sulla propria posizione, esperienza e attitudine.

Anche in questo caso non è possibile riportare i contenuti della discussione ma le incertezze, i silenzi, le divergenze, l’emergere di punti di vista diversi tra i diversi studenti che hanno preso parte al workshop, anche in confronto con alcuni giovani con qualche esperienza di mobilità pregressa, lasciano intendere che ci sia molto da riflettere sul modo di raffigurarsi nello spazio sociale e politico largamente inteso in cui questi giovani si trovano ad operare scelte di questo tipo.

Una nota finale, dunque: l’incontro si è svolto nella Manifattura Tabacchi di Cagliari: uno spazio interessante, luogo storico della città di recente riqualificato e oggi spesso luogo di accoglienza di una varietà di iniziative anche molto diverse tra loro. In sostanza, un luogo che ben raffigura l’incontro possibile di esperienze e di forme dietro un interrogativo oggi spesso più obbligato che potenziale.
Per citare i The Clash, dunque: “Should I stay or Should I go?”

 

Articolo tratto da Dodo, rivista di politiche per la gioventù - a cadenza trimestrale - distribuita gratuitamente su richiesta in formato digitale a tutti i giovani e agli stakeholder delle politiche per la gioventù.

Dodo è pubblicato da Eurodesk Italy con il supporto della Regione Autonoma della Sardegna, Direzione generale della Presidenza, Servizio comunicazione.

Per scaricare la rivista visita il link: www.eurodesk.it/dodo

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